La traduzione audiovisiva: il mestiere del dialoghista

Il primo passo da effettuare quando si deve adattare un film (o un qualsivoglia prodotto audiovisivo) è quello di ottenere una buona traduzione del copione; l’adattatore sceglie se tradurre lui il testo o se darlo a un traduttore di professione, dipende dalla sua conoscenza della lingua. La traduzione inizialmente deve essere letterale e comprensiva di tutti i termini slang se presenti (questo è un elemento molto importante in quanto la maggior parte della produzione cinematografica mondiale proviene dall’America e nei film americani spesso troviamo un linguaggio slang).

Una volta in possesso della traduzione letterale comincia l’adattamento vero e proprio. L’adattatore deve lavorare su due livelli: linguistico e tecnico. A livello linguistico, il dialoghista deve rispettare la grammatica e la sintassi italiana ma soprattutto deve rispettare il linguaggio del film. Infatti, ogni film ha un suo linguaggio e lo scopo finale di un adattatore è quello di rispettarlo e di riprodurre nella lingua di arrivo il messaggio originale che l’autore ha voluto dare. Infatti un film può avere diverse ambientazioni, ad esempio nei ghetti, oppure nell’ambiente aristocratico, e va da sé che in questi due casi il linguaggio sarà diverso e questo aspetto deve essere rispettato dall’adattatore, altrimenti si perderebbe il senso totale del film: un manovale non parla allo stesso modo di un letterato o di un professore accademico! Bisogna capire appieno il linguaggio del film per non tradire il messaggio e le sensazioni che l’autore ha voluto trasmettere (ad esempio se la scena comprende un senzatetto o un drogato, la loro situazione e il loro stato d’animo dovranno essere compresi anche attraverso i dialoghi e il loro linguaggio: le loro battute saranno dunque essenziali e non arricchite, oppure saranno aggressivi). Perciò un buon adattatore deve tener presente questi elementi per non tradire l’opera originale, altrimenti il linguaggio del film sarebbe piatto e tutti i personaggi parlerebbero allo stesso modo.

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Un’altra dote dell’adattatore dovrebbe essere il buonsenso. Questo  mestiere, come quello del  doppiatore, è sicuramente un mestiere creativo ma comunque l’adattatore non deve usare  la sua creatività in maniera eccessiva, rischiando così di stravolgere il film; deve avere il buonsenso di attenersi all’originale. Egli può certamente cambiare le frasi, in quanto può capitare che per rendere una situazione lontana dalla nostra cultura bisogna trovare nuove parole: se pensiamo ad esempio ai film comici, ci rendiamo subito conto che quello che fa ridere in America potrebbe non far ridere in Italia o viceversa, o comunque una battuta in inglese potrebbe non avere alcun senso se tradotta letteralmente in italiano. In questo caso l’adattatore può sicuramente cambiare la battuta e stravolgere la frase, ma il suo scopo deve essere sempre quello di mantenere il messaggio originale del film, che in questo caso è quello di far ridere il pubblico.

Parliamo adesso della parte tecnica: una volta ricevuta la traduzione del copione e mentre si appresta ad adattarlo, l’adattatore deve infatti seguire una serie di regole tecniche. L’insieme di queste regole tecniche viene chiamato sincrono, in gergo tecnico “sinc”. Vi sono quattro tipi di sinc: il sincrono labiale, il sincrono gestuale, il sincrono lineare e il sincrono ritmico. L’adattatore li deve rispettare tutti e quattro, e vanno ancor più rispettati quando l’attore è in campo (IC) ossia inquadrato in primo piano, piuttosto che quando è fuori campo (FC) ossia quando non viene inquadrato mentre parla.

Per sincrono labiale si intende il rispetto dei movimenti delle labbra che l’attore compie durante la recitazione; per questo l’adattatore dovrà scegliere delle parole che combacino con il movimento delle labbra. Si deve porre quindi particolare attenzione alle parole che contengono consonanti che provocano la totale chiusura delle labbra (B, M, P), a quelle che provocano una semi chiusura (F, V), a tutte quelle che non provocano la chiusura delle labbra (palatali e dentali), alle vocali che provocano in apertura o chiusura o all’interno della frase un’apertura della bocca (A, E, I) o una sua chiusura (O, U), a tutte quelle parole che contengono un’accentatura particolare che costringe le labbra ad un’apertura repentina.

Per sincrono gestuale si intende il rispetto dei movimenti del corpo: in base ad essi si decide cosa far dire all’attore. Infatti ogni espressione genera dei movimenti -delle mani, della testa, degli occhi- e costringe il dialoghista a costruire la frase in un determinato modo proprio per far coincidere questi movimenti con il nuovo testo tradotto. Inoltre, parlare mentre si fa qualche altra cosa, come camminare, correre o mangiare induce in genere a scegliere parole diverse da quelle che si usano di solito.

Il sincrono lineare è il rispetto della lunghezza, della durata della frase originale, dal primo all’ultimo movimento delle labbra dell’attore.

Il sincrono ritmico, o isocronico, è il più importante, l’unico che va rispettato anche quando l’attore si trova fuori campo. È il cosiddetto ritmo interno della frase, composto da più elementi: la struttura morfo-sintattica della lingua originale, la velocità di recitazione, il timbro impresso alla frase dall’attore, che è condizionato dalla situazione e dal luogo dove si svolge la scena, il senso della frase. Riuscire a cogliere e ricostruire il sincrono ritmico è essenziale per restituire l’equilibrio all’insieme del dialogo.

 

 

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