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THE ART OF THE FILM SUBTITLER: HOW TO BE AS UNNOTICEABLE AS POSSIBLE

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Doppiaggio o sottotitoli?

Oltre al doppiaggio esistono altre due tecniche di traduzione degli audiovisivi: l’oversound e i sottotitoli.
L’oversound è una tecnica nella quale la nuova colonna sonora –tradotta- viene sovrapposta, e non sostituita come nel doppiaggio, a quella originale, che viene lasciata in sottofondo. Questa tecnica si usa in genere nelle interviste o nei docu-drama . Nell’oversound il narratore inizia a parlare uno-due secondi dopo lo speaker originale, e quindi il dialoghista deve avere una particolare attenzione nella costruzione della frase per evitare che nelle scene descrittive non si perdano i riferimenti relativi .

I sottotitoli sono testi scritti a supporto della comprensione di un messaggio audiovisivo. Essi si distinguono innanzitutto in intralinguistici e interlinguistici, a seconda che la lingua d’origine e quella del sottotitolo coincidano (es.: italiano>italiano) o differiscano (es.: italiano>inglese).
Come per il doppiaggio, e contrariamente a quanto si possa pensare, il sottotitolaggio non è l’esatta trasposizione di un testo parlato, bensì il risultato di un adattamento del testo parlato a un codice scritto che tenga conto di numerosi parametri quali i limiti di spazio, il ritmo del parlato, il registro dell’autore, ecc. Le eventuali modifiche sintattiche, lessicali e gli opportuni tagli, laddove necessari, distinguono un sottotitolo di qualità da uno pessimo.audrey

Il 23% della programmazione televisiva europea è costituita da prodotti che provengono dagli Stati Uniti; al loro arrivo, questi prodotti devono essere tradotti e viene attuata una scelta: in alcuni Paesi vengono doppiati, in altri sottotitolati.
Ma perché si sceglie di sottotitolare un film invece di doppiarlo?
Innanzitutto questa scelta è dovuta a ragioni economiche: infatti, i costi del doppiaggio sono molto elevati e corrispondono a circa dieci volte quelli del sottotitolaggio; per questo motivo, si sceglie di utilizzare la tecnica del sottotitoli in quei Paesi che non superano un certo numero di possibili utenti (15-20 milioni) e che quindi non riuscirebbero ad ammortizzare il prezzo del doppiaggio.

Naturalmente la scelta non è dettata soltanto da ragioni economiche, ma anche da altri elementi come la presenza o meno di strutture produttive e il livello di conoscenza linguistica degli abitanti. Thomas Herbst sostiene che gli studiosi hanno rilevato che la preferenza per i sottotitoli aumenta con l’aumentare di parametri quali il livello di istruzione e la classe sociale e potrebbe essere strettamente legata alla maggior conoscenza delle lingue straniere e ai più frequenti viaggi all’estero o anche ai fattori socioculturali dei singoli Paesi. Herbst fa una distinzione tra i cosiddetti “subtitling countries” e i “dubbing countries”, ossia quelle nazioni, come i Paesi Scandinavi o i Paesi Bassi, che tendono a sottotitolare i film stranieri, e quelle come l’Italia, la Francia, la Spagna e la Germania dove è preferito il doppiaggio; mentre infatti la sottotitolazione è generalmente più diffusa presso culture più “periferiche” e più aperte alle influenze esterne, il doppiaggio nasce in Paesi come l’Italia, la Germania e la Spagna come strumento di standardizzazione linguistica e per evitare una contaminazione di altre culture diverse e poco conosciute (si pensi a Mussolini, che voleva evitare che gli italiani venissero a conoscenza di culture diverse dalla nostra).

Caratteristiche dei sottotitoli:
 il sottotitolo comporta una riduzione del testo originale, dal 40 al 70%;
 i sottotitoli occupano una parte dell’immagine, impedendo una visione completa;
 il tempo necessario alla lettura dei sottotitoli prende allo spettatore circa la metà della durata di un film, quindi metà del film non viene “vista”;
 il continuo salto dal centro dell’azione alla parte bassa dello schermo impedisce il coinvolgimento nell’opera;
 chi conosce la lingua di partenza dell’opera è disturbato dalla presenza del sottotitolo, mentre chi non la conosce non è certo portato ad apprenderla in quella sede, vista la “comoda” presenza del sottotitolo;
 l’espressività dell’opera nel suo complesso è limitata.

Del resto, che il sottotitolaggio sia un espediente tecnico utile, ma comunque estraneo alla partecipazione dello spettatore al film, è stato sempre ribadito dalla critica fin dall’inizio.Oggi la tecnologia si è evoluta: un sottotitolo non
supera le due righe di 36 caratteri e rimane sullo schermo da un minimo di
mezzo secondo a un massimo di 4 secondi, che sono i tempi fisiologici necessari
all’occhio umano per la lettura.

foto sottotitoli

Malgrado sia un elemento di disturbo minore che in passato, il sottotitolo non può certo sostituirsi al doppiaggio, in quanto il sottotitolatore è costretto a privare il testo di tutti i dettagli non indispensabili alla comprensione (altrimenti il sottotitolo sarebbe troppo lungo). Alcuni elementi indicanti particolari stati d’animo quali l’esitazione, le false partenze, le frasi incomplete, proprio perché peculiari della lingua parlata vanno perduti quando trasferiti nella lingua scritta.

Per questo i sottotitoli sono da considerarsi un semplice aiuto per comprendere la trama, ma non possono svolgere assolutamente la funzione di trasposizione linguistica che svolge il doppiaggio.

FOTO:

1) Colazione da Tiffany

2) La notte di Marcello Mastroianni

Fai bei sogni

Ciao a tutti!

Premetto subito che questo post non c’entra ASSOLUTAMENTE NIENTE con l’argomento del blog! 😀
Il motivo è che le mie passioni non sono solo le lingue, il doppiaggio o il cinema per fortuna (o sfortuna visto che non ho mai il tempo di coltivarle tutte come vorrei): amo molto anche leggere. E, ecco, mi sono imbattuta in questo libro, Fai bei sogni, di Massimo Gramellini. Giornalista per “La Stampa”, non è il suo primo romanzo, ma è il primo che leggo. Mi aveva attirato tempo fa la copertina, la trama e soprattutto il fatto che nel giro di un anno fossero state stampate circa dodici edizioni: un successo incredibile!

Però ci ho messo un po’ prima di comprarlo, semplicemente ho scelto prima altri titoli. Be’ Fai bei sogni si è fatto attendere ma ne è valsa veramente la pena.

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Storia autobiografica di un bambino che rimane orfano della madre a 9 anni e cresce con questa mancanza, la mancanza d’amore, mentre dentro di lui cresce un altro mostro, Belfagor: il mostro che tutti noi, chi più e chi meno, abbiamo dentro e che è quello che in teoria ci vuole proteggere dalla sofferenza, ma in pratica ci fa letteralmente evitare di vivere e amare per paura di soffrire.

L’autore ripercorre le tappe della sua vita con uno sguardo attento alle sue emozioni, ferme a quelle di un bambino di 9 anni a cui un tumore ha strappato la madre.

Questo è quello che Massimo crede per tutta la vita. Finchè, dopo la morte del padre, Madrina, amica d’infanzia della madre, decide di rivelargli tutto. E qui ovviamente non sto a dirvi cos’è questo “tutto” altrimenti vi toglierei il piacere della lettura 🙂

Semplicemente questo libro arriva dritto al cuore. Ha avuto un successo enorme perché racconta della vita di una persona comune, delle sue emozioni, sofferenze e della sua voglia di riscatto. Molte persone si sono riviste nell’autore e dopo la pubblicazione del libro hanno cominciato a spedirgli delle lettere con le loro tragedie personali.

Ma credo che questo libro colpisca anche chi , per fortuna, non ha e non ha avuto nessuna tragedia personale. Perché parla dell’amore, l’amore che vince su ogni cosa, l’amore di Madrina e della compagna Elisa che sono riuscite a svegliare Massimo dal torpore che lo stava avvolgendo.

E’ un libro che ti coinvolge con tutti i sensi. E arriva dritto al cuore.

Lincoln

Salve a tutti, 

Vorrei utilizzare questo spazio, oltre che per promuovere la mia tesi, anche per segnalare la mia opinione per quanto riguarda il doppiaggio di alcuni film usciti recentemente e non.

Io amo profondamente i doppiatori italiani, credo che siano tra i più bravi al mondo, così come i dialoghisti.

Lincoln_2012_Teaser_Poster

Tuttavia, qualche giorno fa, dopo aver visto il trailer e pensato “Questo film deve essere veramente fantastico!” e dato che ha ricevuto varie nomination agli Oscar e critiche positive…bè sono andata a vedere il nuovo film di Steven Spielberg, “Lincoln”.

Nulla da togliere al film che, seppur un po’ lento (ma comunque è un genere che deve piacere altrimenti risulterebbe un po’ pesante) è molto bello, fatto benissimo e fa commuovere.

Le cose stanno in maniera un po’ diversa per il doppiaggio: ecco credo che se l’avessi visto in versione originale (cosa che farò a breve, vi farò sapere) mi avrebbe colpito molto di più. Perché doppiare bene un film significa anche garantirne in qualche modo la riuscita e il successo all’estero.

Ho trovato il doppiaggio di Lincoln (sì, proprio lui, il protagonista, quello a cui dovevano fare più attenzione!) piuttosto scarso, sia per quanto riguarda la sincronizzazione (certi primi piani non si potevano guardare) che per la recitazione del doppiatore. Voce mai sentita (che non è una cosa negativa, perché sono per le nuove leve) ma soprattutto piatta, incolore, recitava tutto allo stesso modo. E non credo che sia stato fatto apposta perché “il personaggio lo richiedeva”. No Lincoln è un personaggio appassionato, coinvolgente e carismatico che ha dato la vita per un principio morale, e questo andata mantenuto anche nel modo di parlare, gli spettatori l’avrebbero percepito anche da questo. Si sarebbero sentiti più coinvolti e avrebbero evitato di addormentarsi, come ha fatto un signore accanto a me! 🙂

 

La storia del doppiaggio

 

“Parlare di DOPPIAGGIO significa parlare di CINEMA”

(Gerardo Di Cola)

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La storia del doppiaggio è parte di quella più generale del cinema che, a sua volta, è la storia di innumerevoli invenzioni.

Il cinema nasce il 28 dicembre 1895 con la prima proiezione pubblica avvenuta a Parigi: i fratelli Lumière presentano infatti il primo film della storia, pellicola che avrà un enorme successo. Dieci mesi prima i due fratelli avevano brevettato il cinematografo.Il cinematografo è il diretto discendente del cinetografo di Thomas Edison che è anche l’inventore del grammofono a disco e del fonografo. Edison sarà sempre ricordato come “l’inventore mancato del cinema”.

Il XX secolo si apre dunque con strumenti in grado di registrare immagini in movimento e suoni. Ma il problema è che i film sono muti. Nel migliore dei casi le proiezioni sono accompagnate da un commento musicale prodotto da orchestrine di pochi elementi posizionate ai piedi dello schermo.

Dunque, nel primo decennio del secolo le difficoltà per rendere sonori i film sembrano insormontabili: il problema principale da risolvere è la sincronizzazione del sonoro con le immagini.

È molto interessante citare gli esperimenti dell’italiano Leopoldo Fregoli che, con il suo Fregoligraph, ha dato origine a dei precocissimi episodi di “doppiaggio in diretta”: infatti, tra il 1898 e il 1903, Fregoli si esibisce in Italia in alcuni film di canto e prestidigitazione, girati necessariamente senza il sonoro. È il primo a realizzare un cinema cantato e parlato venticinque anni prima dell’avvento del sonoro. II metodo è quanto mai ingegnoso: nascosto tra le quinte, durante la proiezione, pronuncia le battute di ogni personaggio da lui interpretato e canta i brani musicali con perfetto sincronismo. Il suo forte desiderio di colpire l’immaginazione dello spettatore lo spinge a superare, con l’inventiva, i limiti tecnologici, senza utilizzare i dischi fonografici come qualcuno cerca di fare, ma “doppiando” in diretta i personaggi delle sue farse, anche nel canto, rendendo il tutto più incisivo e divertente. Un altro esperimento simile da citare è quello del film Il fu Mattia Pascal del 1924 di Marcel L’Herbier in cui gli attori “Antonio Jovine e Giuseppina Lo Turco recitavano le didascalie che avevano imparato a memoria seguendo i movimenti delle labbra dei protagonisti del film, sistemati accanto allo schermo e muniti di microfono”.

Negli anni ’20 le grandi case cinematografiche statunitensi (MGM, Fox, Paramount) cercano con ostinazione un sistema per far parlare il cinema: girano tra gli studios diversi brevetti per rendere sonore le pellicole e ognuno di essi ha pregi e difetti.

Nel 1926 la Warner Brothers (WB) naviga in cattive acque e la situazione è altamente compromessa. Per questo motivo la società decide di puntare sui musical: attribuisce dunque una colonna sonora al film Don Juan utilizzando il nuovo sistema Vitaphone. Il sistema prevede un collegamento tra un fonografo su cui posizionare un ingombrante disco con il sonoro, e il proiettore; però l’idea si rivela di difficile gestione tanto che la Paramount decide di non utilizzarlo. La difficoltà sta nell’avvio: entrambi gli apparecchi devono partire nello stesso istante. Ma Don Juan è stato girato come film muto, di conseguenza il sonoro registrato in tempi diversi difficilmente può sincronizzarsi con le immagini anche se i due apparecchi sono correttamente avviati. Tutto ciò si rivela poco affidabile anche agli occhi dei dirigenti Warner.

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Invece di desistere, i responsabili della WB pensano, per la serata di gala organizzata per il 6 agosto 1926 al Warner Theatre di New York, di affiancare al Don Juan un cortometraggio musicale dimostrativo realizzato in funzione del sonoro, nel quale immagini, musiche e canzoni sono registrate simultaneamente: il pubblico rimane estasiato e sbalordito dalla capacità del cortometraggio di sincronizzare il labiale al sonoro. Il cinema imparerà presto a parlare.

 Accade infatti per la prima volta il 6 ottobre del 1927 con il film The jazz singer in cui viene recitata la prima battuta della storia del cinema: “Wait a minute, you ain’t heart nothin’ yet”.

Il primo film interamente dialogato esce a New York l’8 giugno 1928. Si tratta di Lights of New York di Bryan Foy, sempre prodotto dalla Warner: sono passati ben 32 anni dalla nascita del cinema.

Già allora la produzione americana era presente in Europa, e soprattutto in Italia. Per cui il problema di come diffondere il cinema parlante in inglese negli altri Paesi si pose fin dal primo momento.

Il 14 aprile 1929 a Roma venne presentato The jazz singer con il sonoro originale (quindi in inglese) e, per facilitarne la comprensione, vennero inseriti cartelli con didascalie in italiano: il film ebbe un grande successo.

Altre soluzioni utilizzate dalle società americane per il mercato mondiale furono ad esempio quella di produrre film sonori parlati nelle lingue di destinazione, come Il grande sentiero (versione italiana di The big Trail), o di far parlare in altre lingue gli attori americani. Nella stessa filosofia rientra la soluzione di introdurre nel film sequenze con attori che parlano italiano, commentando o spiegando la vicenda, o quella adottata dalla Paramount delle “edizioni multiple”: a Joinville[10] la Paramount girava decide di edizioni in varie lingue, una di seguito all’altra, con un’enorme dispendio di energie.

Ma The Jazz Singer mise in agitazione il governo fascista che decretò il divieto di circolazione alle pellicole che contenessero “del parlato in lingua straniera, seppure in misura minima”. Benito Mussolini sosteneva che il cinema nazionale non poteva essere veicolo di lingue straniere. Gli italiani non dovevano sentir parlare sullo schermo lingue straniere per non abituarsi a modi di dire stranieri. In realtà, dietro questo provvedimento si celava l’intento di impedire che, insieme alla lingua, arrivasse nel nostro Paese anche una cultura non controllata dal regime.  L’espediente fu di ridurre a muti i film parlati, interrompendo le scene con didascalie che spiegavano il dialogo degli attori nel film originale. I film colpiti dal decreto furono più di 300 e un film poteva arrivare anche a 250 didascalie. Bisogna ricordare che dei circa 40 milioni di italiani di quegli anni, il 25% era analfabeta e un altro 50% leggeva con difficoltà.

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I produttori americani cercano quindi di correre ai ripari, visto il rischio di non poter più esportare i propri film sul mercato italiano, e decidono di sperimentare una nuova tecnica, il doppiaggio, sistema appena inventato da un fisico austriaco, Jakob Karol. Con il doppiaggio la colonna sonora parlata può essere sostituita con un’altra dove i dialoghi, tradotti, sono recitati in una lingua diversa dall’originale.

Inizialmente le majors americane (MGM, Fox, Warner Bros.) chiamano a doppiare degli attori improvvisati, presi nelle comunità di emigrati italiani, che però parlano con un forte accento dialettale.

In seguito, la nuova tecnologia per il doppiaggio chiamata RCA Photophone viene importata in Italia dall’imprenditore Stefano Pittaluga, il quale fonda il primo stabilimento di doppiaggio italiano (Cines-Pittaluga) e viene impiegata a partire dal 1931 per il doppiaggio di film stranieri.

I tempi sono maturi per la nascita dell’industria del doppiaggio italiano: altri imprenditori locali creano con l’aiuto di registi e attori nuovi stabilimenti di doppiaggio, tra tutti citiamo ad esempio Fotovox, ItalAcustica, Fono Roma, mentre la Columbia inaugura i suoi stabilimenti in Italia, seguita a ruota dalla Metro Goldwin Mayer.

I primi film doppiati in Italia sono Salto mortale e Il congresso si diverte del 1931, Atlantide, Ragazze in uniforme e Il Milione del 1932. Gli attori impegnati in questi primi doppiaggi sono Umberto Melnati, Andreina Pagnani, Mario Ferrari, Tina Lattanzi, Ugo Cesari e Gero Zambuto.


Bibliografia:

  • V. Paliotti, E. Grano, Napoli nel cinema, Napoli, Azienda autonoma soggiorno, 1969
  • Ministero dell’interno italiano, 22 ottobre 1930
  • Mario Paolinelli, Eleonora Di Fortunato, Tradurre per il doppiaggio, la trasposizione linguistica dell’audiovisivo: teoria e pratica di un’arte imperfetta
  • G. Di Cola, Le voci del tempo perduto la storia del doppiaggio e dei suoi interpreti dal 1927 al 1970,  Editore Ulrico Hoepli, Milano, 2010
  • [13] http://www.ilmondodeidoppiatori.it/

Topolino

Topolino è un cartone animato creato nel 1928 dalla Walt Disney e ha avuto così tanto successo da esserne diventato poi il simbolo vero e proprio.

Inizialmente Walt Disney chiamò il suo personaggio Mortimer Mouse, ma sua moglie gli sconsigliò vivamente di usare questo nome in quanto non adatto ai bambini e decisero così di chiamarlo Mickey Mouse (Topolino).

Walt Disney non stava passando un bel periodo in campo professionale e l’unico amico e collaboratore di cui si fidava era ormai soltanto Ub Iwerks . Con lui Disney decise di buttarsi in questo progetto e in gran segreto e lavorando di notte, i due prepararono il primo film di Mickey Mouse. La sua prima “apparizione in pubblico” fu il 15 maggio 1928 durante una proiezione privata. Il film era intitolato Plane Crazy, (nel quale compare anche Minnie).

Topolino è apparso in oltre 135 cortometraggi che vanno dalla fine degli anni venti ai giorni nostri.

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Negli anni ’40 Topolino prende sempre più popolarità e nei cortometraggi sembra aver abbandonato la vita campagnola per trasferirsi in città: da questo riusciamo a capire che Topolino va a pari passo con l’innovazione e il progresso della società americana, e quindi di ogni “americano medio”. Dopo Topolino a pesca del 1953, Topolino scompare dal grande schermo.
Vi farà ritorno solo nel 1983 con il mediometraggio Canto di Natale di Topolino e successivamente nel 1990 con Il principe e il povero.
Oggi Topolino è molto utilizzato in TV grazie anche alle nuove serie animate ideate: una su tutte House of Mouse: Il Topoclub.

Fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Topolino

Per conoscere tutti gli episodi di Topolino visita il sito: http://www.disney.it/topolino/cartoni-animati-topolino.jsp#/video

I protagonisti del doppiaggio

Il doppiaggio è legato al concetto di traduzione; ciononostante, la traduzione di un film è soltanto il primo passo dell’articolato lavoro di adattamento che serve per la creazione di una nuova colonna audio diversa da quella originale e per il passaggio di un film da un linguaggio e una cultura ad un’altra. Questo processo prevede varie fasi e comprende diverse figure professionali.

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La prima fase è la traduzione preliminare del copione, alla quale segue l’adattamento dei dialoghi, che deve tenere conto del sincronismo labiale, ritmico e visivo; l’adattatore, o dialoghista, è dunque la prima figura professionale di questo processo alla quale viene affidato il compito di elaborare in lingua italiana i dialoghi e i testi delle opere cinematografiche e televisive, adattandole in sincronismo visivo, ritmico e labiale. Il suo lavoro consiste quindi in un’analisi accurata del testo, uno studio sulla cultura, l’epoca e l’ambiente in cui si svolge l’azione e una ricerca terminologica e di stile, allo scopo di rendere pienamente il senso e lo spirito dei dialoghi nella lingua d’arrivo.

Le altre figure professionali coinvolte in questo processo sono:

  • direttore di doppiaggio;
  • assistente al doppiaggio;
  • attori doppiatori;
  • fonico di sala;
  • sincronizzatore;
  • fonico di missaggio.

In particolare, il direttore di doppiaggio visiona il filmato in originale e l’adattamento italiano; distribuisce le voci italiane su tutti gli attori e i personaggi del filmato; dirige gli attori dando a ciascuno le indicazioni necessarie e illustrando loro le psicologie dei personaggi; suggerisce modi e intonazioni per non travisare le intenzioni originali; segue il mixage (nota) con il fonico di missaggio.

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L’assistente al doppiaggio pianifica l’intera azione di doppiaggio; visiona e suddivide il film doppiato in piccole sequenze (chiamate anelli) a seconda della necessità e secondo una logica di criteri tecnico/artistici, seguendo il copione adattato, sul quale segna e numera gli anelli corrispondenti alle sequenze; redige il piano di lavorazione ottimizzando le presenze degli attori ai turni di sala secondo le norme previste dal contratto di lavoro di categoria; controlla in sala di doppiaggio il ritmo delle battute (lunghezza e sincrono labiale); segna sul copione, a seconda delle indicazioni del direttore, le incisioni ritenute buone e vi annota eventuali disposizioni tecnico-artistiche.

L’attore doppiatore, infine, interpreta il suo personaggio, secondo quanto scritto dal dialoghista e seguendo le indicazioni del direttore.

Fonti: Mario Paolinelli “Tradurre per il doppiaggio”

Francesca Caracciolo “Tecnica del doppiaggio cinematografico”