Il giardiniere Willie

Willie è il giardiniere e guardiano della scuola elementare di Springfield. Nella versione originale è Scozzese, e il pubblico lo percepisce sia a livello visivo che uditivo: infatti Willie parla con un forte accento scozzese (il che lo contraddistingue dagli altri abitanti della città), e molto spesso indossa un kilt.

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È un personaggio solitario ed aggressivo, che spesso parla della sua infanzia e adolescenza in Scozia, caratterizzate da un tipo di vita rurale e a contatto con la natura. È considerato un “diverso”: parla e agisce in maniera differente rispetto agli altri personaggi e abitanti della città e questa è una sua caratteristica peculiare, molto spesso enfatizzata.

Non è stato semplice per gli adattatori ricreare tutte le caratteristiche di questo personaggio nella serie italiana: dovevano infatti ricreare la natura solitaria e aggressiva di Willie, che nella versione americana corrispondono allo stereotipo degli Scozzesi. Nell’immaginario collettivo americano, infatti, gli Scozzesi sono visti come persone solitarie, silenziose, e contadine. Ma in Italia queste caratteristiche non corrispondono affatto allo stereotipo degli Scozzesi: piuttosto in Italia, se si pensa agli Scozzesi, vengono in mente persone dai capelli rossi, allegri e che bevono molto.

Quindi lo stereotipo italiano non corrisponde affatto alla natura aggressiva di Willie, né soprattutto ai suoi riferimenti alla vita rurale. In questo caso gli adattatori hanno optato per una soluzione drastica, ma geniale: hanno deciso di cambiare nazionalità e provenienza di Willie. Nella versione italiana infatti, Willie non è più Scozzese, ma Italiano e, più precisamente, viene dalla Sardegna!

Ma perché gli adattatori hanno optato per questa soluzione e hanno scelto proprio la Sardegna? Semplice, perché lo stereotipo della Sardegna corrisponde maggiormente alle caratteristiche di questo personaggio.

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  In realtà oggi la Sardegna è una delle mete turistiche più esclusive, ma nell’immaginario collettivo italiano rimane comunque una zona isolata rispetto al resto del Paese,  considerata inoltre molto rurale; secondo uno stereotipo comune, inoltre, molti abitanti del luogo lavorerebbero nella pastorizia. Dunque, le origini sarde (piuttosto che scozzesi) di Willie corrispondono maggiormente alla sua personalità nell’immaginario collettivo italiano, perché gli abitanti di quella regione vengono considerati rurali e solitari (e la Sardegna viene vista come una zona molto isolata), che sono in realtà le caratteristiche principali del personaggio.

       Questo cambiamento drastico delle origini di Willie è un chiaro esempio di addomesticamento e ri-territorializzazione di un personaggio. Infatti nella versione italiana, le sue origini vengono letteralmente legate all’Italia: Willie parla dunque con un marcato accento sardo, e più volte afferma di essere nato e cresciuto in Sardegna.

       Ora, il problema principale che hanno però dovuto affrontare gli adattatori è il fatto che Willie indossa spesso un kilt, chiaro riferimento alla Scozia. Come soluzione, spesso si è scelto direttamente di ignorare questo elemento, mentre altre volte si fa riferimento al kilt come a una semplice gonna: è comunque un elemento utilizzato per sottolineare ancora di più la stranezza e diversità di questo personaggio rispetto agli altri.

Soltanto due episodi dell’intera serie hanno presentato problemi insormontabili per i traduttori italiani, proprio perché vi sono vari riferimenti visivi e linguistici alle origini scozzesi di Willie. Gli episodi sono “Tanto va Homer al lardo che…” e “Monty non può comprare amore”.simpson accenti dialetti willie scozzese sardo winchester napoletano

Il primo episodio è più semplice da tradurre, in quanto ogni informazione o gioco di parole riguardo Willie viene fatto a livello linguistico. La trama è la seguente: Homer scopre che il grasso di cucina usato è molto redditizio da rivendere come concime e cerca di fare soldi in questo modo. Decide quindi di trafugarlo dalla cucina della scuola elementare aiutato da Bart, ma Willie il giardiniere li scopre. Per cercare di difendersi e prendersi gioco di Willie, Homer, fingendosi uno studente in scambio culturale proveniente dalla Scozia, inizia a parlare con un forte accento scozzese. Willie è molto contento nel sentire che anche Homer è scozzese, e inizia a fargli molte domande e chiedergli da dove viene esattamente. Homer risponde che è nato e cresciuto a “North Kilt Town” e Willie è ancora più contento perché anche lui è nato lì, e allora chiede a Homer se conosce Angus McLeod. Il dialogo è molto buffo e divertente perché Willie parla con un forte accento scozzese e Homer cerca di imitarlo.

Nella versione italiana, l’intero dialogo viene trasferito nel contesto italiano, sostituendo ogni riferimento alla Scozia con un riferimento alla Sardegna. Quindi Homer inizia a parlare con un forte accento sardo e sostiene di essere nato nella città di “Nord Pecurone”, e a quel punto Willie gli domanda se conosce Salvatore Udda, un nome che fa subito pensare alla Sardegna. La corrispondenza tra North Kilt Town e Nord Pecurone, tra Angus McLeod e Salvatore Udda è molto precisa, creativa e, a mio avviso, geniale. Infatti il nome della città di provenienza di Willie rappresenta delle caratteristiche tipiche dello stereotipo scozzese e sardo: il kilt, per la Scozia, e le pecore, per la Sardegna; allo stesso modo, i nomi di Angus McLeod e Salvatore Udda sono comici in quanto suonano rispettivamente scozzese e sardo.

Possiamo quindi affermare che l’intera conversazione viene addomesticata per un pubblico italiano, attraverso l’uso dello stereotipo riguardante la Sardegna e i suoi abitanti, che corrisponde esattamente allo stereotipo che gli Americani hanno nei confronti degli Scozzesi: questo è un tipo esempio di ri-territorializzazione. E, all’atto pratico, la conversazione ha lo stesso effetto sia sul pubblico Italiano che su quello Americano: confermare le origini scozzesi/sarde di Willie.

L’altro episodio (“Monty non può comprare amore”) presenta difficoltà maggiori per gli adattatori, e in alcuni punti ambiguità per il pubblico italiano.

L’episodio è totalmente incentrato su un viaggio che il signor Burns vuole fare in Scozia: sta infatti cercando di catturare il mostro di Loch Ness per portarlo a Springfield e farsi così amare e rispettare dagli altri abitanti della città. Il signor Burns porta con sé Homer, Willie e il Professor Frink per aiutarlo.

Una volta arrivati al lago, Homer nota una coppia di anziani che assomiglia molto a Willie, e glielo fa notare. Willie risponde che infatti quelli sono i suoi genitori, proprietari di una taverna poco distante, nel luogo in cui lui stesso è stato “concepito, nato e cresciuto”.

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Per il pubblico Americano non c’è niente di strano in questa scena, perché già conosce le origini scozzesi di Willie. Ma non è così per il pubblico italiano.

Questa scena presenta molte difficoltà per gli adattatori della serie italiana, perché contraddice, a livello visivo, ogni informazione data in precedenza su Willie. Risulta infatti ambiguo per il pubblico italiano sentire che Willie è “stato concepito, nato e cresciuto” in Scozia, quando negli episodi precedenti ha sempre sostenuto di essere nato in Sardegna; e per di più parla con uno spiccato accento sardo!

La soluzione scelta per questo episodio aumenta la stranezza e l’ambiguità del personaggio. In questo caso infatti le origini di Willie vengono trasferite in Scozia, ma gli adattatori decidono di far parlare ogni persona del posto con un accento sardo. Inoltre, dopo la frase in cui rivela di essere nato in Scozia, Willie fa delle affermazioni che lo ricollegano immediatamente alla Sardegna e, quindi, al contesto italiano. Ad esempio, quando dopo qualche scena Homer va sott’acqua alla ricerca del mostro e non riappare per vari minuti, Willie dice che “è cocciuto come una pecora del Gennargentu” oppure, quando il signor Burns riesce a catturare il mostro, dice che “è stato più forte di Gigi Riva” .

Dunque, attraverso questi elementi, Willie è immediatamente trasferito nel contesto italiano.

Per concludere, possiamo affermare che gli adattatori italiani sono stati in grado di ri-territorializzare il personaggio di Willie, specialmente a livello linguistico, attraverso la scelta delle origini sarde. Il motivo principale è che in Italia il sardo è l’unico dialetto ad essere considerato addirittura una vera e propria lingua, incomprensibile per gli altri Italiani. Dunque, la scelta della Sardegna come luogo d’origine di Willie lo fanno percepire al pubblico come un “outsider”, diverso dalla comunità di Springfield: lo stesso effetto che ha la scelta della Scozia nel pubblico Americano.

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I Simpson

Sicuramente tutti conoscono I Simpson: questo show nato in America, infatti, è stato tradotto in quasi tutto il mondo ed è la più lunga serie animata americana mai trasmessa.

Questa sitcom animata fu creata dal fumettista statunitense Matt Groening a fine degli anni ottanta per la Fox Broadcasting Company. “È una parodia satirica della società e dello stile di vita statunitensi, personificati dalla famiglia protagonista, di cui fanno parte Homer, Marge e i loro tre figli Bart, Lisa e Maggie.

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Avendo riscosso così tanto successo in America, le due società co-produttrici della serie televisiva (Fox e Gracie Film) hanno curato in prima persona e in ogni minimo dettaglio ogni fase dell’esportazione del prodotto all’estero: infatti hanno scelto sia i doppiatori che i direttori di doppiaggio del cartone in quasi tutti i Paesi. In particolare, in Italia la Gracie Film ha collaborato con Mediaset (primo canale distributivo italiano de I Simpson) nella scelta di doppiatori la cui voce assomigliasse il più possibile a quella degli attori originali. Se ci si fa caso, infatti, le voci dei doppiatori Americani dello show sono molto simili a quelle dei doppiatori Italiani: la voce di Tonino Accolla (doppiatore Italiano di Homer Simpson) è veramente simile a quella di Dan Castellaneta (doppiatore ufficiale di Homer), così come la voce di Julie Kavner (doppiatrice di Marge Simpson nella versione originale) e quella di Liù Bosiso (doppiatrice di Marge nella serie italiana) si assomigliano in maniera sorprendente.

La storia è ambientata nella città Americana di Springfield; ogni episodio racconta un evento nella vita di tutti i giorni della famiglia: “persone normali, senza particolari ambizioni e decisamente prive di tutti quei “poteri magici” che da sempre hanno accompagnano centinaia e centinaia di serie animate.” Ma gli autori della serie descrivono questa “normalità” con un occhio ironico e soprattutto satirico: dietro il “cartone animato” e “le risate”, si può leggere infatti molto spesso una critica profonda a quella che è oggi la società in generale, e più nello specifico quella Americana.

Come detto in precedenza, la serie animata di Matt Groening è un chiaro esempio di satira pungente nei confronti della società Americana, della quale presenta molti riferimenti culturali.

Posto che I Simpson sono totalmente incentrati sul modello americano di società, come può essere venduta ad un pubblico straniero e soprattutto accettata e amata?

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In questo caso possiamo dire che l’adattamento più che la traduzione abbia giocato un ruolo fondamentale e che sia stato l’elemento chiave per far apprezzare lo show al pubblico italiano.

Infatti, l’adattatore italiano della serie ha apportato vari cambiamenti strutturali sia ai protagonisti che ai personaggi secondari: questo processo viene chiamato addomesticamento e il suo scopo è quello di far capire meglio ad un pubblico straniero personaggi, frasi, battute, usi e costumi che sono stati creati in un altro Paese e quindi portano con sé un bagaglio specifico di cultura. Non solo: grazie alle modifiche apportate alla serie italiana il cartone ha avuto un successo enorme.

       L’adattamento italiano de I Simpson è un processo che include stravolgimenti e cambiamenti a nomi e origini di alcuni personaggi, acronimi, giochi di parole, slogan, riferimenti culturali, cartelloni, manifesti, sigle pubblicitarie, canzoni, titoli degli episodi e molto altro ancora: tutto ciò fa parte del processo di addomesticamento.

 

Allo stesso tempo possiamo affermare che in Italia questo cartone sia stato non solo addomesticato, ma anche indigenizzato: ciò significa che le caratteristiche di alcuni personaggi che erano tanto peculiari per il pubblico americano sono state totalmente eliminate e sostituite con altre, più familiari al pubblico italiano, o tipiche  dell’Italia.

Come spiegherò nel prossimo capitolo, i due elementi risultanti da questo processo di addomesticamento e indigenizzazione che hanno reso la serie così popolare in Italia sono stati i riferimenti alla cultura popolare e soprattutto gli stereotipi con i quali i personaggi sono stati descritti.

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All’interno dello show sono presenti, oltre alla famiglia Simpson (composta da Homer, Marge, Bart, Lisa e Maggie), una serie di personaggi secondari, abitanti di Springfield, che fanno la loro apparizione più o meno spesso durante i vari episodi. Possiamo ritrovare in questi personaggi dei tratti o caratteristiche che ci rimandano immediatamente a degli stereotipi che tutti noi conosciamo: un capo maligno e avaro (Mr. Burns), un sindaco corrotto (Sindaco Quimby), un poliziotto inaffidabile (il commissario Winchester), un immigrato che lotta per i suoi diritti (Apu), e così via. Qualunque persona appartenente a qualunque nazionalità e cultura li può riconoscere facilmente, avendo incontrato persone che presentano tali caratteristiche almeno una volta nella vita.

Questi personaggi sono descritti tramite degli stereotipi sociali, etnici e/o culturali. Sono stati proprio questi stereotipi l’elemento fondamentale che ha aiutato i traduttori della serie italiana ad adattare lo show per il pubblico.

The Globe and Mail

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THE ART OF THE FILM SUBTITLER: HOW TO BE AS UNNOTICEABLE AS POSSIBLE

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Doppiaggio o sottotitoli?

Oltre al doppiaggio esistono altre due tecniche di traduzione degli audiovisivi: l’oversound e i sottotitoli.
L’oversound è una tecnica nella quale la nuova colonna sonora –tradotta- viene sovrapposta, e non sostituita come nel doppiaggio, a quella originale, che viene lasciata in sottofondo. Questa tecnica si usa in genere nelle interviste o nei docu-drama . Nell’oversound il narratore inizia a parlare uno-due secondi dopo lo speaker originale, e quindi il dialoghista deve avere una particolare attenzione nella costruzione della frase per evitare che nelle scene descrittive non si perdano i riferimenti relativi .

I sottotitoli sono testi scritti a supporto della comprensione di un messaggio audiovisivo. Essi si distinguono innanzitutto in intralinguistici e interlinguistici, a seconda che la lingua d’origine e quella del sottotitolo coincidano (es.: italiano>italiano) o differiscano (es.: italiano>inglese).
Come per il doppiaggio, e contrariamente a quanto si possa pensare, il sottotitolaggio non è l’esatta trasposizione di un testo parlato, bensì il risultato di un adattamento del testo parlato a un codice scritto che tenga conto di numerosi parametri quali i limiti di spazio, il ritmo del parlato, il registro dell’autore, ecc. Le eventuali modifiche sintattiche, lessicali e gli opportuni tagli, laddove necessari, distinguono un sottotitolo di qualità da uno pessimo.audrey

Il 23% della programmazione televisiva europea è costituita da prodotti che provengono dagli Stati Uniti; al loro arrivo, questi prodotti devono essere tradotti e viene attuata una scelta: in alcuni Paesi vengono doppiati, in altri sottotitolati.
Ma perché si sceglie di sottotitolare un film invece di doppiarlo?
Innanzitutto questa scelta è dovuta a ragioni economiche: infatti, i costi del doppiaggio sono molto elevati e corrispondono a circa dieci volte quelli del sottotitolaggio; per questo motivo, si sceglie di utilizzare la tecnica del sottotitoli in quei Paesi che non superano un certo numero di possibili utenti (15-20 milioni) e che quindi non riuscirebbero ad ammortizzare il prezzo del doppiaggio.

Naturalmente la scelta non è dettata soltanto da ragioni economiche, ma anche da altri elementi come la presenza o meno di strutture produttive e il livello di conoscenza linguistica degli abitanti. Thomas Herbst sostiene che gli studiosi hanno rilevato che la preferenza per i sottotitoli aumenta con l’aumentare di parametri quali il livello di istruzione e la classe sociale e potrebbe essere strettamente legata alla maggior conoscenza delle lingue straniere e ai più frequenti viaggi all’estero o anche ai fattori socioculturali dei singoli Paesi. Herbst fa una distinzione tra i cosiddetti “subtitling countries” e i “dubbing countries”, ossia quelle nazioni, come i Paesi Scandinavi o i Paesi Bassi, che tendono a sottotitolare i film stranieri, e quelle come l’Italia, la Francia, la Spagna e la Germania dove è preferito il doppiaggio; mentre infatti la sottotitolazione è generalmente più diffusa presso culture più “periferiche” e più aperte alle influenze esterne, il doppiaggio nasce in Paesi come l’Italia, la Germania e la Spagna come strumento di standardizzazione linguistica e per evitare una contaminazione di altre culture diverse e poco conosciute (si pensi a Mussolini, che voleva evitare che gli italiani venissero a conoscenza di culture diverse dalla nostra).

Caratteristiche dei sottotitoli:
 il sottotitolo comporta una riduzione del testo originale, dal 40 al 70%;
 i sottotitoli occupano una parte dell’immagine, impedendo una visione completa;
 il tempo necessario alla lettura dei sottotitoli prende allo spettatore circa la metà della durata di un film, quindi metà del film non viene “vista”;
 il continuo salto dal centro dell’azione alla parte bassa dello schermo impedisce il coinvolgimento nell’opera;
 chi conosce la lingua di partenza dell’opera è disturbato dalla presenza del sottotitolo, mentre chi non la conosce non è certo portato ad apprenderla in quella sede, vista la “comoda” presenza del sottotitolo;
 l’espressività dell’opera nel suo complesso è limitata.

Del resto, che il sottotitolaggio sia un espediente tecnico utile, ma comunque estraneo alla partecipazione dello spettatore al film, è stato sempre ribadito dalla critica fin dall’inizio.Oggi la tecnologia si è evoluta: un sottotitolo non
supera le due righe di 36 caratteri e rimane sullo schermo da un minimo di
mezzo secondo a un massimo di 4 secondi, che sono i tempi fisiologici necessari
all’occhio umano per la lettura.

foto sottotitoli

Malgrado sia un elemento di disturbo minore che in passato, il sottotitolo non può certo sostituirsi al doppiaggio, in quanto il sottotitolatore è costretto a privare il testo di tutti i dettagli non indispensabili alla comprensione (altrimenti il sottotitolo sarebbe troppo lungo). Alcuni elementi indicanti particolari stati d’animo quali l’esitazione, le false partenze, le frasi incomplete, proprio perché peculiari della lingua parlata vanno perduti quando trasferiti nella lingua scritta.

Per questo i sottotitoli sono da considerarsi un semplice aiuto per comprendere la trama, ma non possono svolgere assolutamente la funzione di trasposizione linguistica che svolge il doppiaggio.

FOTO:

1) Colazione da Tiffany

2) La notte di Marcello Mastroianni

Lincoln

Salve a tutti, 

Vorrei utilizzare questo spazio, oltre che per promuovere la mia tesi, anche per segnalare la mia opinione per quanto riguarda il doppiaggio di alcuni film usciti recentemente e non.

Io amo profondamente i doppiatori italiani, credo che siano tra i più bravi al mondo, così come i dialoghisti.

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Tuttavia, qualche giorno fa, dopo aver visto il trailer e pensato “Questo film deve essere veramente fantastico!” e dato che ha ricevuto varie nomination agli Oscar e critiche positive…bè sono andata a vedere il nuovo film di Steven Spielberg, “Lincoln”.

Nulla da togliere al film che, seppur un po’ lento (ma comunque è un genere che deve piacere altrimenti risulterebbe un po’ pesante) è molto bello, fatto benissimo e fa commuovere.

Le cose stanno in maniera un po’ diversa per il doppiaggio: ecco credo che se l’avessi visto in versione originale (cosa che farò a breve, vi farò sapere) mi avrebbe colpito molto di più. Perché doppiare bene un film significa anche garantirne in qualche modo la riuscita e il successo all’estero.

Ho trovato il doppiaggio di Lincoln (sì, proprio lui, il protagonista, quello a cui dovevano fare più attenzione!) piuttosto scarso, sia per quanto riguarda la sincronizzazione (certi primi piani non si potevano guardare) che per la recitazione del doppiatore. Voce mai sentita (che non è una cosa negativa, perché sono per le nuove leve) ma soprattutto piatta, incolore, recitava tutto allo stesso modo. E non credo che sia stato fatto apposta perché “il personaggio lo richiedeva”. No Lincoln è un personaggio appassionato, coinvolgente e carismatico che ha dato la vita per un principio morale, e questo andata mantenuto anche nel modo di parlare, gli spettatori l’avrebbero percepito anche da questo. Si sarebbero sentiti più coinvolti e avrebbero evitato di addormentarsi, come ha fatto un signore accanto a me! 🙂

 

La storia del doppiaggio

 

“Parlare di DOPPIAGGIO significa parlare di CINEMA”

(Gerardo Di Cola)

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La storia del doppiaggio è parte di quella più generale del cinema che, a sua volta, è la storia di innumerevoli invenzioni.

Il cinema nasce il 28 dicembre 1895 con la prima proiezione pubblica avvenuta a Parigi: i fratelli Lumière presentano infatti il primo film della storia, pellicola che avrà un enorme successo. Dieci mesi prima i due fratelli avevano brevettato il cinematografo.Il cinematografo è il diretto discendente del cinetografo di Thomas Edison che è anche l’inventore del grammofono a disco e del fonografo. Edison sarà sempre ricordato come “l’inventore mancato del cinema”.

Il XX secolo si apre dunque con strumenti in grado di registrare immagini in movimento e suoni. Ma il problema è che i film sono muti. Nel migliore dei casi le proiezioni sono accompagnate da un commento musicale prodotto da orchestrine di pochi elementi posizionate ai piedi dello schermo.

Dunque, nel primo decennio del secolo le difficoltà per rendere sonori i film sembrano insormontabili: il problema principale da risolvere è la sincronizzazione del sonoro con le immagini.

È molto interessante citare gli esperimenti dell’italiano Leopoldo Fregoli che, con il suo Fregoligraph, ha dato origine a dei precocissimi episodi di “doppiaggio in diretta”: infatti, tra il 1898 e il 1903, Fregoli si esibisce in Italia in alcuni film di canto e prestidigitazione, girati necessariamente senza il sonoro. È il primo a realizzare un cinema cantato e parlato venticinque anni prima dell’avvento del sonoro. II metodo è quanto mai ingegnoso: nascosto tra le quinte, durante la proiezione, pronuncia le battute di ogni personaggio da lui interpretato e canta i brani musicali con perfetto sincronismo. Il suo forte desiderio di colpire l’immaginazione dello spettatore lo spinge a superare, con l’inventiva, i limiti tecnologici, senza utilizzare i dischi fonografici come qualcuno cerca di fare, ma “doppiando” in diretta i personaggi delle sue farse, anche nel canto, rendendo il tutto più incisivo e divertente. Un altro esperimento simile da citare è quello del film Il fu Mattia Pascal del 1924 di Marcel L’Herbier in cui gli attori “Antonio Jovine e Giuseppina Lo Turco recitavano le didascalie che avevano imparato a memoria seguendo i movimenti delle labbra dei protagonisti del film, sistemati accanto allo schermo e muniti di microfono”.

Negli anni ’20 le grandi case cinematografiche statunitensi (MGM, Fox, Paramount) cercano con ostinazione un sistema per far parlare il cinema: girano tra gli studios diversi brevetti per rendere sonore le pellicole e ognuno di essi ha pregi e difetti.

Nel 1926 la Warner Brothers (WB) naviga in cattive acque e la situazione è altamente compromessa. Per questo motivo la società decide di puntare sui musical: attribuisce dunque una colonna sonora al film Don Juan utilizzando il nuovo sistema Vitaphone. Il sistema prevede un collegamento tra un fonografo su cui posizionare un ingombrante disco con il sonoro, e il proiettore; però l’idea si rivela di difficile gestione tanto che la Paramount decide di non utilizzarlo. La difficoltà sta nell’avvio: entrambi gli apparecchi devono partire nello stesso istante. Ma Don Juan è stato girato come film muto, di conseguenza il sonoro registrato in tempi diversi difficilmente può sincronizzarsi con le immagini anche se i due apparecchi sono correttamente avviati. Tutto ciò si rivela poco affidabile anche agli occhi dei dirigenti Warner.

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Invece di desistere, i responsabili della WB pensano, per la serata di gala organizzata per il 6 agosto 1926 al Warner Theatre di New York, di affiancare al Don Juan un cortometraggio musicale dimostrativo realizzato in funzione del sonoro, nel quale immagini, musiche e canzoni sono registrate simultaneamente: il pubblico rimane estasiato e sbalordito dalla capacità del cortometraggio di sincronizzare il labiale al sonoro. Il cinema imparerà presto a parlare.

 Accade infatti per la prima volta il 6 ottobre del 1927 con il film The jazz singer in cui viene recitata la prima battuta della storia del cinema: “Wait a minute, you ain’t heart nothin’ yet”.

Il primo film interamente dialogato esce a New York l’8 giugno 1928. Si tratta di Lights of New York di Bryan Foy, sempre prodotto dalla Warner: sono passati ben 32 anni dalla nascita del cinema.

Già allora la produzione americana era presente in Europa, e soprattutto in Italia. Per cui il problema di come diffondere il cinema parlante in inglese negli altri Paesi si pose fin dal primo momento.

Il 14 aprile 1929 a Roma venne presentato The jazz singer con il sonoro originale (quindi in inglese) e, per facilitarne la comprensione, vennero inseriti cartelli con didascalie in italiano: il film ebbe un grande successo.

Altre soluzioni utilizzate dalle società americane per il mercato mondiale furono ad esempio quella di produrre film sonori parlati nelle lingue di destinazione, come Il grande sentiero (versione italiana di The big Trail), o di far parlare in altre lingue gli attori americani. Nella stessa filosofia rientra la soluzione di introdurre nel film sequenze con attori che parlano italiano, commentando o spiegando la vicenda, o quella adottata dalla Paramount delle “edizioni multiple”: a Joinville[10] la Paramount girava decide di edizioni in varie lingue, una di seguito all’altra, con un’enorme dispendio di energie.

Ma The Jazz Singer mise in agitazione il governo fascista che decretò il divieto di circolazione alle pellicole che contenessero “del parlato in lingua straniera, seppure in misura minima”. Benito Mussolini sosteneva che il cinema nazionale non poteva essere veicolo di lingue straniere. Gli italiani non dovevano sentir parlare sullo schermo lingue straniere per non abituarsi a modi di dire stranieri. In realtà, dietro questo provvedimento si celava l’intento di impedire che, insieme alla lingua, arrivasse nel nostro Paese anche una cultura non controllata dal regime.  L’espediente fu di ridurre a muti i film parlati, interrompendo le scene con didascalie che spiegavano il dialogo degli attori nel film originale. I film colpiti dal decreto furono più di 300 e un film poteva arrivare anche a 250 didascalie. Bisogna ricordare che dei circa 40 milioni di italiani di quegli anni, il 25% era analfabeta e un altro 50% leggeva con difficoltà.

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I produttori americani cercano quindi di correre ai ripari, visto il rischio di non poter più esportare i propri film sul mercato italiano, e decidono di sperimentare una nuova tecnica, il doppiaggio, sistema appena inventato da un fisico austriaco, Jakob Karol. Con il doppiaggio la colonna sonora parlata può essere sostituita con un’altra dove i dialoghi, tradotti, sono recitati in una lingua diversa dall’originale.

Inizialmente le majors americane (MGM, Fox, Warner Bros.) chiamano a doppiare degli attori improvvisati, presi nelle comunità di emigrati italiani, che però parlano con un forte accento dialettale.

In seguito, la nuova tecnologia per il doppiaggio chiamata RCA Photophone viene importata in Italia dall’imprenditore Stefano Pittaluga, il quale fonda il primo stabilimento di doppiaggio italiano (Cines-Pittaluga) e viene impiegata a partire dal 1931 per il doppiaggio di film stranieri.

I tempi sono maturi per la nascita dell’industria del doppiaggio italiano: altri imprenditori locali creano con l’aiuto di registi e attori nuovi stabilimenti di doppiaggio, tra tutti citiamo ad esempio Fotovox, ItalAcustica, Fono Roma, mentre la Columbia inaugura i suoi stabilimenti in Italia, seguita a ruota dalla Metro Goldwin Mayer.

I primi film doppiati in Italia sono Salto mortale e Il congresso si diverte del 1931, Atlantide, Ragazze in uniforme e Il Milione del 1932. Gli attori impegnati in questi primi doppiaggi sono Umberto Melnati, Andreina Pagnani, Mario Ferrari, Tina Lattanzi, Ugo Cesari e Gero Zambuto.


Bibliografia:

  • V. Paliotti, E. Grano, Napoli nel cinema, Napoli, Azienda autonoma soggiorno, 1969
  • Ministero dell’interno italiano, 22 ottobre 1930
  • Mario Paolinelli, Eleonora Di Fortunato, Tradurre per il doppiaggio, la trasposizione linguistica dell’audiovisivo: teoria e pratica di un’arte imperfetta
  • G. Di Cola, Le voci del tempo perduto la storia del doppiaggio e dei suoi interpreti dal 1927 al 1970,  Editore Ulrico Hoepli, Milano, 2010
  • [13] http://www.ilmondodeidoppiatori.it/